Un giorno di nebbia. PRIMA PARTE.
Il brigadiere Vicenzi scandisce, col piede sotto la sua
scrivania, gli squilli che sente all'orecchio.
Tuuuu....uno. Conta a mente e primo colpo col piede.
Tuuuu…due, secondo colpo.
Ha preso il ritmo ed è pronto per battere anche il terzo,
insieme allo squillo e invece niente.
La voce dall'altra parte, roca, risponde.
"Vicenzi, che c'è?".
"Maresciallo -tentenna ma si accorge che, più a lungo
protrae le pause, più il suo interlocutore si spazientisce- ne hanno trovata
un'altra".
Il brigadiere non sente risposta, solo silenzio ma la linea
resta aperta.
"Maresciallo, ci siete?".
Calca l'accento sull'ultima parola, per accentuarne
l'interrogativo, e rimane in attesa, intimorito da quella seconda, protratta,
pausa.
"Si, ci sono, ci sono. Ho sentito. Arrivo".
Attacca il telefono e bestemmia, ma solo a mente.
Controlla l'orologio al polso e le lancette fluorescenti
segnano le 2:10.
Ma porc... stavolta la bestemmia è ad alta voce. Non ci fa
caso. Tanto in casa è da solo. Non rischia di svegliare nessuno.
Rimane seduto a bordo letto qualche secondo poi, facendo
leva con le mani piantate sulle cosce, si alza, percependo piccoli schiocchi
sordi lungo la schiena.
Sarebbe meglio si facesse dare un'occhiata. Così facendo
però, darebbe implicitamente ragione a Sabrina, la ex moglie, che gli ripeteva,
con insistenza, di non trascurarsi.
Innescherebbe, tuttavia, un pericoloso sillogismo mentale e
allora dovrebbe darle ragione per il divorzio e per quella volta che, libero
dal servizio, andò ad aiutare un collega...beccandosi una stilettata al fianco,
durante un arresto non proprio pulito.
Insomma, dovrebbe dare ragione a Sabrina, e a lui
seccherebbe da morire.
Guarda la divisa appesa con cura al palo dell'armadio.
Prima, sfila dalla gruccia il pantalone. Osserva quella linea rossa che,
sinuosa, corre lungo tutto il margine laterale della gamba, lo emoziona ancora
mentre lo indossa.
Poi, delicatamente, passa alla giacca.
Senza sgualcirla, la abbottona partendo dal colletto. Si
fissa sullo specchio appeso alla porzione interna dell'anta dell'armadio.
Una momentanea malinconia, qualcosa di passeggero lo coglie
quando vede lo spazio vuoto tra le due medagliette appese sul lato sinistro
della giubba.
Ci sarebbe stata bene...se solo quella volta...
"Lì non ci dovevi stare Padoan!".
"Non stavi nemmeno in servizio!".
"Che cazzo ti ha detto la testa!".
Dà un buffetto, appena accennato, alla fodera interna del
cappello d'ordinanza, nel farlo si leva dalla testa il ricordo delle grida del
suo superiore. Ormai tanto tempo fa.
Lentamente infila il cappello, è pronto. Si sente pronto. Si
dà un'ultima occhiata allo specchio. Ore che è in uniforme si riconosce meglio.
4 Novembre.
Tiene la luce spenta, quasi per
nascondersi in quel buio fine a sé stesso.
Nascosto da chi?
Chi ti guarda?
Nessuno ti osserva. Sei solo.
Potrebbe starsene tranquillo a luci accese
ed invece, spegne tutto.
Si siede alla scrivania ed apre lentamente
lo schermo del portatile.
La stanza è invasa dalla luce e lui rimane,
per qualche secondo, abbagliato da quella luminosità artificiale.
Vede le striature verdi quando socchiude
gli occhi. Cerca il tasto funzione e abbassa del tutto la luminosità dello
schermo.
Il click rapido sull’icona del browser, la
freccia che corre quasi automatica verso l’angolo superiore destro della pagina
a cercare l’immagine dei “tre puntini”. Poi giù tre volte. Lo fa con le frecce
della tastiera, automaticamente.
Lo schermo adesso è nero. Modalità
incognito.
Si guarda alle spalle girando la testa a
destra e sinistra.
Nessuno ti osserva. Sei solo.
Torna a fissare lo schermo. Il cursore
lampeggia ritmicamente sulla barra vuota di ricerca. In attesa dell’input.
“Transfix_19”.
Lo digita piano, forse non è sicuro dello
spelling. Eppure gli sembra si scriva proprio così. L’ha vista poche ore prima
su Instagram ed ha tenuto a mente quel nome.
Il profilo era così colorato. Il viso
truccato da finta ingenua. Nei reel è provocante. Indossa ogni volta un vestito
diverso, ma è sempre la stessa scena. Saltella a favore di telecamera per far
rimbalzare quel seno sproporzionato. Lei così esile, minuta, con la faccia
truccata ma i lineamenti quasi da bambina.
Va bene, diciannove nel nickname, è
maggiorenne. Ma sembra così diversa, molto più piccola.
La vuole rivedere, ma Instagram non basta
più. Non stavolta.
Dai risultati restituiti dal browser,
passa direttamente alla sezione immagini.
Poi un rapido passaggio di mouse per
disabilitare quel fastidioso effetto sfocato che maschera i contenuti più
espliciti. Via tutto. Vuole vedere tutto.
Le prime immagini sono esattamente le
stesse che si possono vedere sul profilo Instagram. Ma non gli basta e vuole di
più.
Con la mano destra controlla il mouse,
scrolla con l’indice, metodico nella sua ricerca.
Con la mano sinistra raggiunge il basso
ventre ed inizia un lento massaggio superficiale.
Pagina due. Eccola. Senza vestiti. Quel
corpo esile, spalle piccole e seni enormi.
Click sull’immagine per ingrandire. Zoom.
Capezzoli perfetti. Gli spunta un sorriso, compiaciuto.
Freccia indietro, altra foto. Zoom sui
seni.
La mano sinistra ha iniziato a muoversi con
cadenza più vigorosa. Si sente costretto, allora si ferma e sfila pantaloni e
mutande. Adesso è libero.
È irrefrenabile e vuole qualcosa di più.
Lo cerca e, verso la fine della seconda pagina, trova ciò che vuole.
L’immagine stavolta non è più solo un
mezzo busto. È un nudo completo.
Click e zoom compulsivo. Transfix_19 è in
ginocchio sul letto. La schiena leggermente inarcata indietro ne mette in
risalto le forme.
Le spalle sono esili quindi si spostano
indietro.
I seni, così grandi, sono spinti in
avanti. Così come l’erezione. Sfoggiata con la disinvoltura di chi non si
vergogna del proprio corpo. Giovane, bella e tonica. Lei è Transfix_19.
Tiene l’immagine aperta a tutto schermo.
La guarda ormai famelico.
Guarda in basso, verso la sua di erezione,
la stringe tra le mani.
Si aiuta con un po' di saliva sul glande
fin quando sente esplodere il piacere.
Maldestramente inforca nuovamente mutande
e pantaloni. Con la mano, quella pulita, chiude velocemente lo schermo del
portatile. Quasi lo sbatte. Non vuole più vedere quell’immagine. Ne prova
fastidio adesso.
Guarda a destra, poi a sinistra, oltre le
proprie spalle. Nessuno lo osserva. È solo.
26 Novembre, 2:47.
La caserma è illuminata a giorno. Il piantone all'ingresso
porta la mano destra alla fronte e, militarmente, si irrigidisce al passare del
proprio maresciallo.
"Comodo, Bentivoglio!".
Mentre passa, pensa all'assurdità di quel cognome. Almeno
per lui, lo è.
"Ah maresciallo".
Nemmeno il tempo di
raggiungere il corridoio che, da
dietro, qualcuno lo apostrofa con un accento marcatamente partenopeo.
Strizza gli occhi, quasi contrae il viso in una smorfia. È
seccato.
Sa benissimo di chi si tratta anche senza voltarsi a
guardare. E non ha voglia di averlo tra i piedi,
soprattutto in momento come quello.
"Eddai Marescia’, io shcrivo per la nera".
Continua, da dietro, la cantilena.
Come faccia ad essere già lì a quell'ora, il maresciallo non
se lo sa spiegare.
Sicuramente vuole scucirgli qualche indiscrezione sul
ritrovamento per ricamarci sopra un articoletto per l'edizione della mattina.
Si volta e con tono deciso, poco istituzionale gli urla
dietro qualcosa del tipo “Esposito, non è giornata, fuori dai coglioni”.
Quello, Esposito, capisce subito l'andazzo e decide di
cambiare aria. Al massimo si farà dare un nome e un luogo dal piantone fuori.
Con un po' di fantasia e Intelligenza Artificiale condirà qualcosa per i suoi
lettori, in tempo per la prima edizione.
“Vicenzi, nel mio
ufficio!”. Urla di nuovo, tanto nessuno dorme e la caserma è illuminata a
giorno.
Vicenzi si presenta nel
suo ufficio con due fogli A4 in mano.
Articolo trecentocinquantuno
del Codice di Procedura Penale: “La Polizia Giudiziaria assume sommarie
informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili ai fini delle
indagini”.
“L’anno…il giorno…del
mese…presso il comando…”.
“Vicenzi taglia corto,
che non c’ho voglia”.
“Mi scusi, maresciallo”.
È in soggezione, Vicenzi, quasi trema.
“Facciamo così, io faccio
le domande e tu mi rispondi. Cosa abbiamo?”.
“Una donna, maresciallo.
Una donna morta”. Vorrebbe aggiungere “un’altra donna morta”. Ma si limita per
non innescare il maresciallo.
“Dove?”.
“Il corpo è lungo la
provinciale. Riva destra dell’Adige”. Vicenzi si è fatto telegrafico. Breve e
conciso.
A.D.R. E sta funzionando.
“Chi l’ha trovato?”.
“La Teresa”.
Padoan inclina la testa
in avanti e scansiona il suo sottoposto dal basso verso l’alto. Con lo sguardo
di taglio, sopra la montatura degli occhiali.
Vicenzi sbircia dai fogli
che tiene in mano e aggiunge: “Teresa Iapacchino, tornava dalla serata di
burraco con le amiche”.
Burraco con le amiche,
alle due di notte. Ci riflette sopra Padoan. Pensionate con più vita sociale di
lui. Tamburella con le dita sulla scrivania mentre pensa alla prossima mossa.
“Chi abbiamo lì adesso?”.
“Lo Russo e la dottoressa
Certosi, per i rilievi. La Locale ha chiuso la strada e presiede”.
Tamburella ancora sulla
scrivania e riflette.
“Bravo Vicenzi, vedi che
le cose le sai. Quando vuoi, le sai. Facciamo così: tu informi il PM e Parma,
io vado giù a vedere”. Mentre parla, inforca il soprabito impermeabile e si
alza il bavero fino a sotto le orecchie. Sente un fremito che gli corre lungo
la schiena. Qualcosa, come un istinto animale, si sta risvegliando. Una
naturale propensione, arcaica e tribale, lo rinvigorisce.
E fuori, sente l’odore
della preda.
“Bentivoglio, prendi
l’Alfa!”.
13 Novembre.
Finestra chiusa e luci spente. Come
sempre, si muove nel buio confortevole della sua stanza.
Chiude addirittura la porta. Non serve la
chiave, è solo. Nessuno lo osserva. È buio.
Può iniziare.
Come le altre sere, siede alla scrivania
davanti al suo portatile.
Browser scuro e modalità incognito.
Stasera ha chiuso la porta, un’inutile
precauzione in più, che però lo rassicura. Stasera ha deciso che sarà diverso.
È tutto il giorno che ci pensa. Un tarlo fisso in testa, sin dalla mattina.
Come un bambino la mattina da Natale, che si sveglia febbricitante per guardare
sotto l’albero e scartare il suo regalo.
Il suo regalo. Quella mattina si è fatto
un regalo ed ha aspettato fino a sera prima di poterlo scartare. Ormai fremente,
finalmente può concedersi il suo premio.
Indirizzo email nuovo, creato ad hoc per l’occasione.
Username falso. Password inventata. Foto profilo: un selfie in penombra che
lascia intravedere qualche muscolo addominale ma non il suo volto.
Rimane nell’ombra. Nel buio che lo
conforta.
Il sito carica la pagina iniziale. È
dentro. Una finestra azzurro- bianca, il logo con le ali.
La cerca subito digitando il nome nella
barra di ricerca.
Seraphix.
Ci aveva messo giorni per trovarne una
come piacciono a lui. Ma alla fine l’aveva trovata.
Capelli lisci, viso tondo e labbra
carnose, sicuramente non naturali.
Trucco pesante sugli occhi. Linee nere
disegnate a mano che allungano lo sguardo, simile a quello di un felino.
Clicca sull’immagine del profilo. Seraphix
è esile, piccolina. Seni sproporzionati, anch’essi innaturali. Anzi guardando
bene, si nota, sul margine inferiore, l’alone cromatico tipico delle cicatrici.
Ma lui non ci fa caso. È bella così. È il suo regalo.
Ripensa ai duecento euro spesi quella stessa
mattina per attivare l’abbonamento a pagamento.
Iscrizione VIP. Può guardare le foto, i video ma anche
videochattare con lei. Finalmente.
L’accordo era per collegarsi verso le 22.
È un po’ in anticipo, ma le scrive comunque. È febbricitante e, nel buio della
sua stanza, non riesce più ad aspettare.
Temporeggia
riguardando le vecchie foto caricate sul suo profilo. Primi piani, labbra
gonfie, accentuate da rossetti lucidi. Mezzibusti in intimo trasgressivo. Quel
seno fuori misura, chiuso e stretto, pare quasi sul punto di esplodere.
Nudi integrali. Pose provocanti eseguite
con disinvoltura. Sopra il letto. In sala da pranzo, sul divano. Gambe aperte,
a mostrare l’erezione, sul tavolo in cucina. Seraphix si mostra senza
inibizioni a chiunque sia disposto a pagare per ammirare quel corpo.
Esposto, come un’opera d’arte al museo,
per coloro disposti a pagare il prezzo del biglietto.
Cura le pose e gli scatti. I colori dello
sfondo. E non ha paura di mostrare il proprio corpo.
Lui si tocca, eccitato da quella vista
ambigua. Seraphix, donna procace e uomo virile, uniti in una sola entità. Quasi
mitologica.
“Sono pronta”. Il messaggio gli arriva, di
risposta, nella chat privata.
Il cuore gli martella nel petto ma è
pronto. Stavolta è deciso. Preme invio ed inizia.
L’inquadratura fissa restituisce
l’immagine di Seraphix sdraiata a letto. Supina e comoda fra guanciali soffici
e voluminosi. Si accarezza il seno. La mano scorre sui capezzoli turgidi.
Lui trova solamente il coraggio di
scriverle “Sei bellissima”. Si convince che lei, alla vista del messaggio, gli
sorrida, colta da una spontanea reazione.
Certo, lei gli sorride davvero, ma è
pagata per farlo.
Quel sorriso lo eccita e ora vuole di più.
“Mostrati”.
Lei sfila delicatamente lo slip di pizzo
rosa e allarga lentamente le gambe.
“Toccati”.
Fa scorrere le mani sull’addome glabro,
poi il ventre, poi più in basso. Si accarezza, ci gioca un po'. Si vuole bene
ed è a suo agio.
Lui è incontenibile. Non è lì per cogliere
quella bellezza formale e momentanea.
Tiene gli occhi fissi sullo schermo mentre
con la mano si procura un’abbondante eiaculazione. Trema un po' sulla sedia,
avvolto da una vampata di calore interno.
Chiude lo schermo del portatile,
sbattendolo violentemente contro la tastiera. Mastica tra i denti qualcosa che
assomiglia a “fanculo”. Si abbandona sullo schienale della sedia, stanco,
sconfitto e sporco. Colto da un pianto isterico che non riesce a controllare.
26 Novembre, 3:22.
La nebbia, che a novembre
si chiama caligo, sale fino a circa un metro da terra.
Ristagna lì, a mezzaria e
bagna tutto quello che c’è sotto.
I lampeggianti blu
illuminano ad intermittenza la scena. A sinistra l’Adige, scuro e silenzioso,
offre solamente qualche riflesso sulle increspature superficiali dell’acqua.
A destra, la campagna,
buia e silenziosa, anche lei. Nel mezzo corre la Provinciale che segue le curve
e le golene del fiume. Da quelle parti è la natura che condiziona l’uomo, non
viceversa. A novembre, da quelle parti, la natura è così che ha deciso di
essere: buia e silenziosa.
Il corpo si trova lungo
la Provinciale che risale il fiume. A non più di qualche metro dal ciglio della
strada. Nel campo adiacente. È prono sull’erba bagnata. Le braccia distese,
aperte.
Le gambe, scomposte,
sembrano quasi dislocarsi dalle anche. Lunghi capelli neri impastati di materia
scura corrono lungo la schiena fino a lambire i glutei.
“Certosi, buongiorno”.
Mano destra tesa alla fiamma sul cappello, schiena dritta, portamento
istituzionale. Lo scopo è quello di stabilire subito le gerarchie.
La Certosi è china sul
corpo, intenta ad osservare. Sussulta, scossa da quell’improvviso saluto. Si
volta appena col capo per vedere da chi provenisse.
“Buongiorno,
maresciallo”. Abbozza un leggero sorriso ma in quella scena, illuminata appena
dai lampeggianti blu delle volanti e i flash della macchina di Lo Russo, appare
più come una smorfia.
Si stringono brevemente
la mano. Più una proforma, una convenzione sociale alla quale entrambi si
sottrarrebbero volentieri.
“Scoperto qualcosa?”.
“Posso dirle che si
tratta di una donna, carnagione scura. Stando alle prime stime, direi tra i
venti e i trent’anni”.
“Deceduta per?”.
“Trauma cranico
contusivo, ma potrò essere più precisa dopo l’esame”.
“Sappiamo anche chi
sia?”.
“Non ha documenti, né
portafogli”. Interviene Lo Russo mentre revisiona sullo schermo le foto appena
scattate.
Donna, carnagione scura,
trauma cranico a bordo strada, due della notte. Padoan riflette e sente scemare
quell’iniziale entusiasmo. Quella viscerale voglia di caccia che non sentiva
più da qualche tempo. Tutto affievolito, in procinto di svanire.
Incidente stradale.
Pensa. Donna immigrata che rientra a casa, dopo il lavoro. Cameriera, ipotizza.
Probabilmente in qualche osteria o bar della zona.
Se era in regola e domani
non va al lavoro sarà anche semplice rintracciarne nome e cognome. Caso chiuso,
ancora prima di iniziare.
Certo, rimane da trovare
lo stronzo che l’ha messa sotto, ma può lasciare ai colleghi della Municipale
l’onere dei rilievi e tutto il resto.
Si guarda i piedi, li
sente freddi.
Le scarpe, ormai fradice,
inzuppate dalla brina notturna di quel campo. Poi guarda verso la provinciale.
Poi ancora quella brughiera padana.
“Fammi luce qui!”. Urla
contro uno dei due della Municipale che altro non facevano se non occupare la
carreggiata per deviare eventuali avventori.
Con la torcia illumina
l’asfalto, verso l’ipotetico punto di impatto.
A terra nulla. Niente
gomma. Niente pneumatici. Niente frenata.
Va bene, lo stronzo in
macchina correva e non ha nemmeno improvvisato di rallentare.
Non c’ha nemmeno provato.
Magari aveva bevuto. Padoan riflette.
Torcia a led su asfalto
umido. Niente detriti, nemmeno un pezzo di fanale saltato. Un pezzo di plastica
dello specchietto. Niente.
Allora non va bene. Manca
qualcosa.
Manca l’incidente.
“Sentite- suona più come
una riflessione ad alta voce che come un discorso indirizzato ai presenti-
Vicenzi a quest’ora avrà già informato il PM di turno e i colleghi del RIS.
Faccio disdire Parma ma almeno giriamo il corpo e finiamo i rilievi”.
Lo Russo, a cavalcioni
sopra il corpo, lo afferra per le spalle. Si volta con la testa dall’altra
parte per non guardare il grumo di sangue e capelli che ha sotto di lui. Sale
un po' di odore dolciastro e maledice, fra sé, quella volta che ha saltato il
concorso interno dell’Arma.
La Certosi, braccia conserte e intirizzita dal
freddo, sovrintende la manovra.
A metà del movimento, il
corpo scivola dalle mani del brigadiere.
Più precisamente, lo
lascia cadere quando, appena girato, si accorge della faccia di quella povera
disgraziata.
La faccia, il volto
appunto. Non c’è.
Al suo posto, un mosaico
di linee, fratture, bozzi e tumefazioni. Lo Russo, con un mezzo salto, si
allontana da quel corpo martoriato. Riesce a reprime un conato di vomito solo
grazie all’esperienza.
Torna quel fremito,
quella scossa lungo la schiena di Padoan.
“Certosi, la lascio
finire. Mi aggiorni pure in mattinata”.
26 Novembre, 5:53.
Seduto alla scrivania del
suo ufficio, gomiti piantati sul legno del tavolo e mani intrecciate, con gli
indici si sfiora il naso. Controlla l’orologio al polso. Pochi minuti alle sei.
A mente, scorre le fasi
salienti con l’intento di calcolare a che punto sia arrivata la Certosi.
Recupero della salma, trasporto all’obitorio e inizio esame. Aggiunge a mente
trenta minuti, poi ne sottrae dieci. Calcoli che solo lui conosce. Dinamiche da
addetti ai lavori.
Sospira, si convince che
insomma, dovremmo esserci. Eppure il telefono non suona.
A destarlo da quel
letargo meditabondo è Vicenzi che, maldestramente, entra senza bussare. Porta
con sé un bicchierino di plastica bianco che appoggia provvidenzialmente sulla
scrivania del maresciallo. Caffè doppio senza zucchero. Come piace a lui.
“Vicenzi, tu adesso mi
fai la corte”.
“No maresciallo, ha
chiamato la Certosi. Urgente. Vi vuole vedere”.
A “Certosi” Padoan era
già in piedi.
A “urgente” aveva già
mandato giù il caffè, bollente, senza nemmeno soffiare.
“Bravo Vicenzi!”. Gli
restituisce il bicchierino ancora unto e tutto accartocciato.
Nel corridoio, incrocia l’appuntato
Bentivoglio, intento a salire lungo le scale che portano agli alloggi di
servizio. Dopo la notte in bianco, è convinto di potersi concedere qualche ora
di meritato riposo.
“Bentivoglio, prendi
l’Alfa”.
Padoan inforca il
soprabito, alza il bavero fin sotto le orecchie.
È elettrizzato. La scossa
lungo la schiena adesso è una scarica trecentottanta volt che lo fulmina e lo
gasa. Come un cacciatore alla terza domenica di settembre, fiuta la preda che,
in cuor suo, sa essere là fuori. E finalmente può uscire a stanarla.
26 Novembre, 7:00.
Il corpo, adagiato sul
tavolo autoptico, è coperto integralmente da un telo verde.
Certosi avvisa entrambi
gli ufficiali che la vista sarà particolarmente spiacevole. Poi fa cenno
all’infermiere di sala di iniziare a scoprire il capo.
Bentivoglio tentenna, ma
sopporta. Padoan è navigato. Scruta, vuole vedere, vuole capire.
Certosi sistema meglio la
scialitica e indica un punto preciso sullo zigomo sinistro. O meglio, dove ci
sarebbe dovuto essere lo zigomo sinistro. Non ci sono ossa esposte. C’è un
buco, nero e vuoto.
“Qui invece i margini
sono netti, vedete. La forma mi ha lasciata inizialmente perplessa.
Allora ho fatto due
misure. I lati di questo foro sono tutti uguali”.
Padoan annuisce, è
navigato appunto, ha capito. È stata picchiata a morte.
Il bastardo, armato, si è
accanito sulla testa di quella povera disgraziata con una ferocia
impressionante. Così impressionante da cancellarle il volto.
“C’è altro?”.
“In effetti- Certosi fa
cenno di abbassare ulteriormente il telo- sì maresciallo”.
Il corpo, sotto il neon
della scialitica, si mostra adesso interamente. Piccola statura e di un colore
tenue, quasi bronzeo. Seni gonfi, che appaiono sproporzionati.
Manifesto del meticoloso
lavoro di qualche chirurgo esperto.
“In effetti- riprende
Certosi- lei non è una lei”.
Padoan sposta il suo
sguardo analitico verso i connotati di quel corpo.
“Lei” non è una “lei”.
Molto probabilmente si
sentiva una “lei”, in tutto e per tutto.
Ma “lei”, nel più intimo,
era in realtà ancora un “lui”.
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