Un giorno di nebbia. PRIMA PARTE.

 

 26 Novembre, 2:10.

Il brigadiere Vicenzi scandisce, col piede sotto la sua scrivania, gli squilli che sente all'orecchio.

Tuuuu....uno. Conta a mente e primo colpo col piede.

Tuuuu…due, secondo colpo.

Ha preso il ritmo ed è pronto per battere anche il terzo, insieme allo squillo e invece niente.

La voce dall'altra parte, roca, risponde.

"Vicenzi, che c'è?".

"Maresciallo -tentenna ma si accorge che, più a lungo protrae le pause, più il suo interlocutore si spazientisce- ne hanno trovata un'altra".

Il brigadiere non sente risposta, solo silenzio ma la linea resta aperta.

"Maresciallo, ci siete?".

Calca l'accento sull'ultima parola, per accentuarne l'interrogativo, e rimane in attesa, intimorito da quella seconda, protratta, pausa.

"Si, ci sono, ci sono. Ho sentito. Arrivo".

Attacca il telefono e bestemmia, ma solo a mente.

Controlla l'orologio al polso e le lancette fluorescenti segnano le 2:10.

Ma porc... stavolta la bestemmia è ad alta voce. Non ci fa caso. Tanto in casa è da solo. Non rischia di svegliare nessuno.

Rimane seduto a bordo letto qualche secondo poi, facendo leva con le mani piantate sulle cosce, si alza, percependo piccoli schiocchi sordi lungo la schiena.

Sarebbe meglio si facesse dare un'occhiata. Così facendo però, darebbe implicitamente ragione a Sabrina, la ex moglie, che gli ripeteva, con insistenza, di non trascurarsi.

Innescherebbe, tuttavia, un pericoloso sillogismo mentale e allora dovrebbe darle ragione per il divorzio e per quella volta che, libero dal servizio, andò ad aiutare un collega...beccandosi una stilettata al fianco, durante un arresto non proprio pulito.

Insomma, dovrebbe dare ragione a Sabrina, e a lui seccherebbe da morire.

Guarda la divisa appesa con cura al palo dell'armadio. Prima, sfila dalla gruccia il pantalone. Osserva quella linea rossa che, sinuosa, corre lungo tutto il margine laterale della gamba, lo emoziona ancora mentre lo indossa.

Poi, delicatamente, passa alla giacca.

Senza sgualcirla, la abbottona partendo dal colletto. Si fissa sullo specchio appeso alla porzione interna dell'anta dell'armadio.

Una momentanea malinconia, qualcosa di passeggero lo coglie quando vede lo spazio vuoto tra le due medagliette appese sul lato sinistro della giubba.

Ci sarebbe stata bene...se solo quella volta...

"Lì non ci dovevi stare Padoan!".

"Non stavi nemmeno in servizio!".

"Che cazzo ti ha detto la testa!".

Dà un buffetto, appena accennato, alla fodera interna del cappello d'ordinanza, nel farlo si leva dalla testa il ricordo delle grida del suo superiore. Ormai tanto tempo fa.

Lentamente infila il cappello, è pronto. Si sente pronto. Si dà un'ultima occhiata allo specchio. Ore che è in uniforme si riconosce meglio.

 

4 Novembre.

Tiene la luce spenta, quasi per nascondersi in quel buio fine a sé stesso.

Nascosto da chi?

Chi ti guarda?

Nessuno ti osserva. Sei solo.

Potrebbe starsene tranquillo a luci accese ed invece, spegne tutto.

Si siede alla scrivania ed apre lentamente lo schermo del portatile.

La stanza è invasa dalla luce e lui rimane, per qualche secondo, abbagliato da quella luminosità artificiale.

Vede le striature verdi quando socchiude gli occhi. Cerca il tasto funzione e abbassa del tutto la luminosità dello schermo.

Il click rapido sull’icona del browser, la freccia che corre quasi automatica verso l’angolo superiore destro della pagina a cercare l’immagine dei “tre puntini”. Poi giù tre volte. Lo fa con le frecce della tastiera, automaticamente.

Lo schermo adesso è nero. Modalità incognito.

Si guarda alle spalle girando la testa a destra e sinistra.

Nessuno ti osserva. Sei solo.

 

Torna a fissare lo schermo. Il cursore lampeggia ritmicamente sulla barra vuota di ricerca. In attesa dell’input.

“Transfix_19”.

Lo digita piano, forse non è sicuro dello spelling. Eppure gli sembra si scriva proprio così. L’ha vista poche ore prima su Instagram ed ha tenuto a mente quel nome.

Il profilo era così colorato. Il viso truccato da finta ingenua. Nei reel è provocante. Indossa ogni volta un vestito diverso, ma è sempre la stessa scena. Saltella a favore di telecamera per far rimbalzare quel seno sproporzionato. Lei così esile, minuta, con la faccia truccata ma i lineamenti quasi da bambina.

Va bene, diciannove nel nickname, è maggiorenne. Ma sembra così diversa, molto più piccola.

La vuole rivedere, ma Instagram non basta più. Non stavolta.

Dai risultati restituiti dal browser, passa direttamente alla sezione immagini.

Poi un rapido passaggio di mouse per disabilitare quel fastidioso effetto sfocato che maschera i contenuti più espliciti. Via tutto. Vuole vedere tutto.

Le prime immagini sono esattamente le stesse che si possono vedere sul profilo Instagram. Ma non gli basta e vuole di più.

Con la mano destra controlla il mouse, scrolla con l’indice, metodico nella sua ricerca.

Con la mano sinistra raggiunge il basso ventre ed inizia un lento massaggio superficiale.

 

Pagina due. Eccola. Senza vestiti. Quel corpo esile, spalle piccole e seni enormi.

Click sull’immagine per ingrandire. Zoom. Capezzoli perfetti. Gli spunta un sorriso, compiaciuto.

Freccia indietro, altra foto. Zoom sui seni.

La mano sinistra ha iniziato a muoversi con cadenza più vigorosa. Si sente costretto, allora si ferma e sfila pantaloni e mutande. Adesso è libero.

È irrefrenabile e vuole qualcosa di più. Lo cerca e, verso la fine della seconda pagina, trova ciò che vuole.

L’immagine stavolta non è più solo un mezzo busto. È un nudo completo.

Click e zoom compulsivo. Transfix_19 è in ginocchio sul letto. La schiena leggermente inarcata indietro ne mette in risalto le forme.

Le spalle sono esili quindi si spostano indietro.

I seni, così grandi, sono spinti in avanti. Così come l’erezione. Sfoggiata con la disinvoltura di chi non si vergogna del proprio corpo. Giovane, bella e tonica. Lei è Transfix_19.

 

Tiene l’immagine aperta a tutto schermo. La guarda ormai famelico.

Guarda in basso, verso la sua di erezione, la stringe tra le mani.

Si aiuta con un po' di saliva sul glande fin quando sente esplodere il piacere.

 

Maldestramente inforca nuovamente mutande e pantaloni. Con la mano, quella pulita, chiude velocemente lo schermo del portatile. Quasi lo sbatte. Non vuole più vedere quell’immagine. Ne prova fastidio adesso.

Guarda a destra, poi a sinistra, oltre le proprie spalle. Nessuno lo osserva. È solo.

 

26 Novembre, 2:47.

La caserma è illuminata a giorno. Il piantone all'ingresso porta la mano destra alla fronte e, militarmente, si irrigidisce al passare del proprio maresciallo.

"Comodo, Bentivoglio!". 

Mentre passa, pensa all'assurdità di quel cognome. Almeno per lui, lo è.

"Ah maresciallo". 

Nemmeno il tempo di raggiungere il corridoio che, da dietro, qualcuno lo apostrofa con un accento marcatamente partenopeo. 

Strizza gli occhi, quasi contrae il viso in una smorfia. È seccato. 

Sa benissimo di chi si tratta anche senza voltarsi a guardare. E non ha voglia di averlo tra i piedi, soprattutto in momento come quello.

"Eddai Marescia’, io shcrivo per la nera". Continua, da dietro, la cantilena.

Come faccia ad essere già lì a quell'ora, il maresciallo non se lo sa spiegare.

Sicuramente vuole scucirgli qualche indiscrezione sul ritrovamento per ricamarci sopra un articoletto per l'edizione della mattina.

Si volta e con tono deciso, poco istituzionale gli urla dietro qualcosa del tipo “Esposito, non è giornata, fuori dai coglioni”.

Quello, Esposito, capisce subito l'andazzo e decide di cambiare aria. Al massimo si farà dare un nome e un luogo dal piantone fuori. Con un po' di fantasia e Intelligenza Artificiale condirà qualcosa per i suoi lettori, in tempo per la prima edizione.

 

“Vicenzi, nel mio ufficio!”. Urla di nuovo, tanto nessuno dorme e la caserma è illuminata a giorno.

Vicenzi si presenta nel suo ufficio con due fogli A4 in mano.

Articolo trecentocinquantuno del Codice di Procedura Penale: “La Polizia Giudiziaria assume sommarie informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili ai fini delle indagini”.

“L’anno…il giorno…del mese…presso il comando…”.

“Vicenzi taglia corto, che non c’ho voglia”.

“Mi scusi, maresciallo”. È in soggezione, Vicenzi, quasi trema.

“Facciamo così, io faccio le domande e tu mi rispondi. Cosa abbiamo?”.

“Una donna, maresciallo. Una donna morta”. Vorrebbe aggiungere “un’altra donna morta”. Ma si limita per non innescare il maresciallo.

“Dove?”.

“Il corpo è lungo la provinciale. Riva destra dell’Adige”. Vicenzi si è fatto telegrafico. Breve e conciso.

A.D.R. E sta funzionando.

“Chi l’ha trovato?”.

“La Teresa”.

Padoan inclina la testa in avanti e scansiona il suo sottoposto dal basso verso l’alto. Con lo sguardo di taglio, sopra la montatura degli occhiali.

Vicenzi sbircia dai fogli che tiene in mano e aggiunge: “Teresa Iapacchino, tornava dalla serata di burraco con le amiche”.

Burraco con le amiche, alle due di notte. Ci riflette sopra Padoan. Pensionate con più vita sociale di lui. Tamburella con le dita sulla scrivania mentre pensa alla prossima mossa.

“Chi abbiamo lì adesso?”.

“Lo Russo e la dottoressa Certosi, per i rilievi. La Locale ha chiuso la strada e presiede”.

Tamburella ancora sulla scrivania e riflette.

“Bravo Vicenzi, vedi che le cose le sai. Quando vuoi, le sai. Facciamo così: tu informi il PM e Parma, io vado giù a vedere”. Mentre parla, inforca il soprabito impermeabile e si alza il bavero fino a sotto le orecchie. Sente un fremito che gli corre lungo la schiena. Qualcosa, come un istinto animale, si sta risvegliando. Una naturale propensione, arcaica e tribale, lo rinvigorisce.

E fuori, sente l’odore della preda.

“Bentivoglio, prendi l’Alfa!”.

 

13 Novembre.

Finestra chiusa e luci spente. Come sempre, si muove nel buio confortevole della sua stanza.

Chiude addirittura la porta. Non serve la chiave, è solo. Nessuno lo osserva. È buio.

Può iniziare.

Come le altre sere, siede alla scrivania davanti al suo portatile.

Browser scuro e modalità incognito.

Stasera ha chiuso la porta, un’inutile precauzione in più, che però lo rassicura. Stasera ha deciso che sarà diverso. È tutto il giorno che ci pensa. Un tarlo fisso in testa, sin dalla mattina. Come un bambino la mattina da Natale, che si sveglia febbricitante per guardare sotto l’albero e scartare il suo regalo.

Il suo regalo. Quella mattina si è fatto un regalo ed ha aspettato fino a sera prima di poterlo scartare. Ormai fremente, finalmente può concedersi il suo premio.

Indirizzo email nuovo, creato ad hoc per l’occasione. Username falso. Password inventata. Foto profilo: un selfie in penombra che lascia intravedere qualche muscolo addominale ma non il suo volto.

Rimane nell’ombra. Nel buio che lo conforta.

Il sito carica la pagina iniziale. È dentro. Una finestra azzurro- bianca, il logo con le ali.

La cerca subito digitando il nome nella barra di ricerca.

Seraphix.

Ci aveva messo giorni per trovarne una come piacciono a lui. Ma alla fine l’aveva trovata.

Capelli lisci, viso tondo e labbra carnose, sicuramente non naturali.

Trucco pesante sugli occhi. Linee nere disegnate a mano che allungano lo sguardo, simile a quello di un felino.

Clicca sull’immagine del profilo. Seraphix è esile, piccolina. Seni sproporzionati, anch’essi innaturali. Anzi guardando bene, si nota, sul margine inferiore, l’alone cromatico tipico delle cicatrici. Ma lui non ci fa caso. È bella così. È il suo regalo.

Ripensa ai duecento euro spesi quella stessa mattina per attivare l’abbonamento a pagamento.

Iscrizione VIP.  Può guardare le foto, i video ma anche videochattare con lei. Finalmente.

L’accordo era per collegarsi verso le 22. È un po’ in anticipo, ma le scrive comunque. È febbricitante e, nel buio della sua stanza, non riesce più ad aspettare.

 Temporeggia riguardando le vecchie foto caricate sul suo profilo. Primi piani, labbra gonfie, accentuate da rossetti lucidi. Mezzibusti in intimo trasgressivo. Quel seno fuori misura, chiuso e stretto, pare quasi sul punto di esplodere.

Nudi integrali. Pose provocanti eseguite con disinvoltura. Sopra il letto. In sala da pranzo, sul divano. Gambe aperte, a mostrare l’erezione, sul tavolo in cucina. Seraphix si mostra senza inibizioni a chiunque sia disposto a pagare per ammirare quel corpo.

Esposto, come un’opera d’arte al museo, per coloro disposti a pagare il prezzo del biglietto.

Cura le pose e gli scatti. I colori dello sfondo. E non ha paura di mostrare il proprio corpo.

Lui si tocca, eccitato da quella vista ambigua. Seraphix, donna procace e uomo virile, uniti in una sola entità. Quasi mitologica.

 

“Sono pronta”. Il messaggio gli arriva, di risposta,  nella chat privata.

Il cuore gli martella nel petto ma è pronto. Stavolta è deciso. Preme invio ed inizia.

L’inquadratura fissa restituisce l’immagine di Seraphix sdraiata a letto. Supina e comoda fra guanciali soffici e voluminosi. Si accarezza il seno. La mano scorre sui capezzoli turgidi.

Lui trova solamente il coraggio di scriverle “Sei bellissima”. Si convince che lei, alla vista del messaggio, gli sorrida, colta da una spontanea reazione.

Certo, lei gli sorride davvero, ma è pagata per farlo.

Quel sorriso lo eccita e ora vuole di più.

“Mostrati”.

Lei sfila delicatamente lo slip di pizzo rosa e allarga lentamente le gambe.

“Toccati”.

Fa scorrere le mani sull’addome glabro, poi il ventre, poi più in basso. Si accarezza, ci gioca un po'. Si vuole bene ed è a suo agio.

Lui è incontenibile. Non è lì per cogliere quella bellezza formale e momentanea.

Tiene gli occhi fissi sullo schermo mentre con la mano si procura un’abbondante eiaculazione. Trema un po' sulla sedia, avvolto da una vampata di calore interno.

 

Chiude lo schermo del portatile, sbattendolo violentemente contro la tastiera. Mastica tra i denti qualcosa che assomiglia a “fanculo”. Si abbandona sullo schienale della sedia, stanco, sconfitto e sporco. Colto da un pianto isterico che non riesce a controllare.

 

26 Novembre, 3:22.

La nebbia, che a novembre si chiama caligo, sale fino a circa un metro da terra.

Ristagna lì, a mezzaria e bagna tutto quello che c’è sotto.

I lampeggianti blu illuminano ad intermittenza la scena. A sinistra l’Adige, scuro e silenzioso, offre solamente qualche riflesso sulle increspature superficiali dell’acqua.

A destra, la campagna, buia e silenziosa, anche lei. Nel mezzo corre la Provinciale che segue le curve e le golene del fiume. Da quelle parti è la natura che condiziona l’uomo, non viceversa. A novembre, da quelle parti, la natura è così che ha deciso di essere: buia e silenziosa.

Il corpo si trova lungo la Provinciale che risale il fiume. A non più di qualche metro dal ciglio della strada. Nel campo adiacente. È prono sull’erba bagnata. Le braccia distese, aperte.

Le gambe, scomposte, sembrano quasi dislocarsi dalle anche. Lunghi capelli neri impastati di materia scura corrono lungo la schiena fino a lambire i glutei.

 

“Certosi, buongiorno”. Mano destra tesa alla fiamma sul cappello, schiena dritta, portamento istituzionale. Lo scopo è quello di stabilire subito le gerarchie.

La Certosi è china sul corpo, intenta ad osservare. Sussulta, scossa da quell’improvviso saluto. Si volta appena col capo per vedere da chi provenisse.

“Buongiorno, maresciallo”. Abbozza un leggero sorriso ma in quella scena, illuminata appena dai lampeggianti blu delle volanti e i flash della macchina di Lo Russo, appare più come una smorfia.

Si stringono brevemente la mano. Più una proforma, una convenzione sociale alla quale entrambi si sottrarrebbero volentieri.

“Scoperto qualcosa?”.

“Posso dirle che si tratta di una donna, carnagione scura. Stando alle prime stime, direi tra i venti e i trent’anni”.

“Deceduta per?”.

“Trauma cranico contusivo, ma potrò essere più precisa dopo l’esame”.

“Sappiamo anche chi sia?”.

“Non ha documenti, né portafogli”. Interviene Lo Russo mentre revisiona sullo schermo le foto appena scattate.

 

Donna, carnagione scura, trauma cranico a bordo strada, due della notte. Padoan riflette e sente scemare quell’iniziale entusiasmo. Quella viscerale voglia di caccia che non sentiva più da qualche tempo. Tutto affievolito, in procinto di svanire.

Incidente stradale. Pensa. Donna immigrata che rientra a casa, dopo il lavoro. Cameriera, ipotizza. Probabilmente in qualche osteria o bar della zona.

Se era in regola e domani non va al lavoro sarà anche semplice rintracciarne nome e cognome. Caso chiuso, ancora prima di iniziare.

 

Certo, rimane da trovare lo stronzo che l’ha messa sotto, ma può lasciare ai colleghi della Municipale l’onere dei rilievi e tutto il resto.

Si guarda i piedi, li sente freddi.

Le scarpe, ormai fradice, inzuppate dalla brina notturna di quel campo. Poi guarda verso la provinciale. Poi ancora quella brughiera padana.

 

“Fammi luce qui!”. Urla contro uno dei due della Municipale che altro non facevano se non occupare la carreggiata per deviare eventuali avventori.

Con la torcia illumina l’asfalto, verso l’ipotetico punto di impatto.

A terra nulla. Niente gomma. Niente pneumatici. Niente frenata.

Va bene, lo stronzo in macchina correva e non ha nemmeno improvvisato di rallentare.

Non c’ha nemmeno provato. Magari aveva bevuto. Padoan riflette.

Torcia a led su asfalto umido. Niente detriti, nemmeno un pezzo di fanale saltato. Un pezzo di plastica dello specchietto. Niente.

Allora non va bene. Manca qualcosa.

Manca l’incidente.

“Sentite- suona più come una riflessione ad alta voce che come un discorso indirizzato ai presenti- Vicenzi a quest’ora avrà già informato il PM di turno e i colleghi del RIS. Faccio disdire Parma ma almeno giriamo il corpo e finiamo i rilievi”.

Lo Russo, a cavalcioni sopra il corpo, lo afferra per le spalle. Si volta con la testa dall’altra parte per non guardare il grumo di sangue e capelli che ha sotto di lui. Sale un po' di odore dolciastro e maledice, fra sé, quella volta che ha saltato il concorso interno dell’Arma.

 La Certosi, braccia conserte e intirizzita dal freddo, sovrintende la manovra.

A metà del movimento, il corpo scivola dalle mani del brigadiere.

Più precisamente, lo lascia cadere quando, appena girato, si accorge della faccia di quella povera disgraziata.

La faccia, il volto appunto. Non c’è.

Al suo posto, un mosaico di linee, fratture, bozzi e tumefazioni. Lo Russo, con un mezzo salto, si allontana da quel corpo martoriato. Riesce a reprime un conato di vomito solo grazie all’esperienza.

Torna quel fremito, quella scossa lungo la schiena di Padoan.

“Certosi, la lascio finire. Mi aggiorni pure in mattinata”.

 

 

26 Novembre, 5:53.

Seduto alla scrivania del suo ufficio, gomiti piantati sul legno del tavolo e mani intrecciate, con gli indici si sfiora il naso. Controlla l’orologio al polso. Pochi minuti alle sei.

A mente, scorre le fasi salienti con l’intento di calcolare a che punto sia arrivata la Certosi. Recupero della salma, trasporto all’obitorio e inizio esame. Aggiunge a mente trenta minuti, poi ne sottrae dieci. Calcoli che solo lui conosce. Dinamiche da addetti ai lavori.

Sospira, si convince che insomma, dovremmo esserci. Eppure il telefono non suona.

A destarlo da quel letargo meditabondo è Vicenzi che, maldestramente, entra senza bussare. Porta con sé un bicchierino di plastica bianco che appoggia provvidenzialmente sulla scrivania del maresciallo. Caffè doppio senza zucchero. Come piace a lui.

“Vicenzi, tu adesso mi fai la corte”.

“No maresciallo, ha chiamato la Certosi. Urgente. Vi vuole vedere”.

A “Certosi” Padoan era già in piedi.

A “urgente” aveva già mandato giù il caffè, bollente, senza nemmeno soffiare.

“Bravo Vicenzi!”. Gli restituisce il bicchierino ancora unto e tutto accartocciato.

Nel corridoio, incrocia l’appuntato Bentivoglio, intento a salire lungo le scale che portano agli alloggi di servizio. Dopo la notte in bianco, è convinto di potersi concedere qualche ora di meritato riposo.

“Bentivoglio, prendi l’Alfa”.

Padoan inforca il soprabito, alza il bavero fin sotto le orecchie.

È elettrizzato. La scossa lungo la schiena adesso è una scarica trecentottanta volt che lo fulmina e lo gasa. Come un cacciatore alla terza domenica di settembre, fiuta la preda che, in cuor suo, sa essere là fuori. E finalmente può uscire a stanarla.

 

26 Novembre, 7:00.

Il corpo, adagiato sul tavolo autoptico, è coperto integralmente da un telo verde.

Certosi avvisa entrambi gli ufficiali che la vista sarà particolarmente spiacevole. Poi fa cenno all’infermiere di sala di iniziare a scoprire il capo.

Bentivoglio tentenna, ma sopporta. Padoan è navigato. Scruta, vuole vedere, vuole capire.

Certosi sistema meglio la scialitica e indica un punto preciso sullo zigomo sinistro. O meglio, dove ci sarebbe dovuto essere lo zigomo sinistro. Non ci sono ossa esposte. C’è un buco, nero e vuoto.

 

“Qui invece i margini sono netti, vedete. La forma mi ha lasciata inizialmente perplessa.

Allora ho fatto due misure. I lati di questo foro sono tutti uguali”.

Padoan annuisce, è navigato appunto, ha capito. È stata picchiata a morte.

Il bastardo, armato, si è accanito sulla testa di quella povera disgraziata con una ferocia impressionante. Così impressionante da cancellarle il volto.

“C’è altro?”.

“In effetti- Certosi fa cenno di abbassare ulteriormente il telo- sì maresciallo”.

Il corpo, sotto il neon della scialitica, si mostra adesso interamente. Piccola statura e di un colore tenue, quasi bronzeo. Seni gonfi, che appaiono sproporzionati.

Manifesto del meticoloso lavoro di qualche chirurgo esperto.

“In effetti- riprende Certosi- lei non è una lei”.

Padoan sposta il suo sguardo analitico verso i connotati di quel corpo.

“Lei” non è una “lei”.

Molto probabilmente si sentiva una “lei”, in tutto e per tutto.

Ma “lei”, nel più intimo, era in realtà ancora un “lui”.

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