Un giorno di nebbia. SECONDA PARTE.

 

26 Novembre, 9:18.

Padoan ha riunito tutti nel suo ufficio. Lo Russo entra per ultimo, ma è scusato. Consegna al suo superiore il driver con tutte le foto scattate la notte scorsa sul luogo del ritrovamento. Padoan, in silenzio, e come lui anche Vicenzi e Bentivoglio, osserva le immagini al computer.

Le foto sono state disposte nella cartella con ordine. Le prime mostrano la scena globale. A mano a mano che si scorre, le immagini scendono sul particolare.

La qualità della scena risulta migliore con la luminosità dello schermo al massimo.

Scorrendo le immagini, Padoan nota qualcosa che gli era sfuggita durante il sopralluogo.

Un dettaglio che, nel buio della campagna, rischiava di restare nascosto sotto i metri di quella umidità opaca.

La maglia della vittima, abbassata sulla parte anteriore, con i seni esposti.

“Era così anche prima che la girassi?”. Si rivolge a Lo Russo mentre picchietta il dito sul monitor del computer per fargli capire a cosa si volesse riferire.

“Si maresciallo, l’ho afferrata apposta per le spalle. Non mi sembrava il caso di…”.

Lo Russo lascia in sospeso ma Padoan capisce perfettamente. Anche gli altri hanno capito, nessuno fa domande.

Il maresciallo è ancora alla sua scrivania. L’orrore della ferocia umana fisso sullo schermo del computer. Annuisce fra sé e sé. Gli altri lo osservano, aspettano un qualsiasi ragionamento logico conseguente al suo quesito. Pendono letteralmente dalle sue labbra.

“Bentivoglio, alla lavagna. Scrivi”. L’appuntato, un po' spaesato, nota, in un angolo dell’ufficio, una lavagna a fogli mobili. In uno stato di totale abbandono. Prende il pennarello nero e scarabocchia qualche linea sull’angolo in basso a sinistra. Solo per verificare che il pennarello funzionasse ancora.

“Data in alto, poi sotto mi fai un elenco puntato. Donna”.

Padoan detta, Bentivoglio esita. “Ti ho detto donna, scrivi donna. Se si sentiva donna, per me è sufficiente”.

“Età venti trattino trenta. Nazionalità punto di domanda”. E ancora.

“Sotto in stampatello, metti ‘aggressione sessuale’. Questi sono i punti fissi. Meditate”. Padoan è lapidario. Non ha molto su cui lavorare ma è ostinato a trovare il bastardo responsabile. Congeda tutti dal suo ufficio. Ha deciso di ritagliarsi due ore per tornare a casa, darsi una sistemata e riordinare le idee.

A volte il tempo è il migliore alleato che si possa avere.

 

 

 

26 Novembre, 12:26.

Il telefono vibra rumorosamente sul legno del comodino.

Il numero che compare sullo schermo non è salvato. Non è associato ad alcun contatto in rubrica. Ma lo riconosce benissimo.

Sabrina.

Dopo il divorzio si erano sentiti solamente un paio di volte. Esclusive comunicazioni per definire la logistica del suo trasloco. Suo di lui, beninteso.

Il servizio di pentole sono quelle che ci ha regalato mia madre, le tengo io.

Cose così.

La sterilità che raggiunge una coppia quando svanisce quello che in molti chiamano amore.

Svanito per lei. Non per lui. Alla fine, col tempo, anche lui si era convinto che in fondo sì, era meglio così.

Loro due, così diversi. Poi le discussioni, la sera.

Prima i figli non li voleva lui, poi lei. Hanno anche smesso di andare a letto insieme.

Poi la vecchia storia dell'arresto andato male e l'incidente. Insomma aveva vinto lei, aveva tenuto tutto e lui se n'era dovuto andare.

Adesso ancora Sabrina.

Guarda lo schermo e vorrebbe lasciar vibrare il telefono senza rispondere.

Ma è passato troppo dall'ultima volta che si sono sentiti. Quella chiamata, gli sembra quantomeno sospetta.

Scorre il dito verso l'icona del telefono verde ed attiva il vivavoce. "Pronto". Usa il tono più sterile che riesce a trovare.

"Bu, sono io. Sabrina".

Lo chiama col diminutivo semi-vezzeggiativo che usava ai bei tempi.

Bu, che in realtà sta per Bru, che a sua volta è il diminutivo di Bruno.

Bruno Padoan. Maresciallo Bruno Padoan.

"Lo so". Le risponde, con il preciso intento di rinfacciarle implicitamente che lui, il numero di lei, lo riconosce ancora.

"Disturbo? Sei a casa?".

Vorrebbe risponderle che sì disturba e sì è a casa. Ma in concreto, sente che dentro di lui il rancore non è più così forte da giustificare una tale risposta.

"Sono a casa, dimmi pure. Hai bisogno?".

Cercava di ritagliarsi un paio d'ore di riposo prima di tornare nuovamente sul caso.

Ma a quanto pare non sarebbe stato possibile.

"Sì ascolta, ho un problema qui in Fondazione".

Certo, la Fondazione. La Onlus che Sabrina aveva aperto con la sua collega. Psicologhe e servizi sociali in prima linea per cercare di portare supporto e assistenza nei contesti più disagiati del territorio. Sabrina e quel suo spirito fortemente altruista.

"Che problema?".

"La scorsa settimana una mia paziente ha cancellato l'appuntamento. L'ha spostato a questa settimana. Avrei dovuto vederla due giorni fa, ma niente".

"Continua ".

"Ho provato io a chiamarla per cercare di capire ".

"E?". 

"Niente, non mi risponde più. Stavamo facendo un percorso sulla consapevolezza di sé. Sull'accettazione della propria immagine. Era in transizione".

"Transizione?".

"Si, Bruno, transizione. Da uomo a donna".

Adesso era tornato semplicemente Bruno, perché toccale tutto, ma non il lavoro.

"Era immigrata in Italia e già aveva iniziato il percorso, ma nessuno la seguiva. A livello sociale la stava aiutando Gaia, io curavo il lato psicologico ".

Padoan non è più comodo a letto. Ha anche tolto il vivavoce e tiene il telefono incollato all'orecchio per capire meglio.

"Non è che a voi sono arrivate segnalazioni? Persone scomparse o allontanamenti?".

Calmo Bruno, stai calmo. Tieni buona quella scossa che ti passa dentro. Ragiona.

"Fammi capire, questa non risponde più?".

"Zero. Telefono staccato. Sparita nel nulla".

“Da quanto di preciso?”.

“Saranno al massimo dieci giorni”.

"Capelli neri lisci, pella ambrata, alta circa uno e cinquanta, mingherlina?".

È sbalordita nel sentire quella descrizione tempestiva e precisa.

"Bruno, ma conosci Guanita? L'hai vista?".

"Purtroppo sì ".

 

25 Novembre, 19:38.

“This is what makes us girls
We all look for heaven and we put love first
Somethin' that we'd die for, it's our curse
Don't cry about it, don't cry about it”.

 

Davanti allo specchio del bagno ondeggia, sulle note swing della Del Rey, che arrivano dalla cassa bluetooth.

Capelli lunghi neri, fitti e lisci. Scendono lungo la schiena fino a lambirle i glutei. Giovani e sodi. Si accarezza la pelle tonica ed ambrata. Ancora leggermente umida per la doccia appena fatta. Osserva, riflessa nello specchio appannato, la prosperità dei suoi seni.

Artificiali, certo. Ma li sente così suoi. Si alza in punta di piedi. Ci resta qualche secondo, poi giù di colpo. Li guarda ondeggiare soddisfatta.

Con le mani scende lungo i fianchi. Poi dai fianchi fin dentro le cosce. Tra le gambe. Al sentire quell’ingombro che non le appartiene, non le è mai appartenuto, socchiude gli occhi.

Immagina altro. Un pube glabro, due piccole labbra appena accennate. Sarebbe perfetto ma serve ancora un po' di pazienza.

 

La suoneria della notifica Telegram, sul telefono, la riporta ad aprire gli occhi.

È lui. Da quasi dieci giorni si scrivono senza interruzione. Lei fatica ancora un po' a crederci ma è così. Si stanno per incontrare.

Sfiora col dito sulla notifica e si apre la chat.

“Ti stai facendo bella?”.

Non ci pensa due volte, Guanita si volta, offre le spalle allo specchio e scatta un’istantanea un po' mossa. Non si vede granché, il giusto per stuzzicarlo.

La risposta è una foto in cui lui prova a replicare la posa di lei. Nudo, schiena allo specchio. È leggermente in penombra e nemmeno la sua foto si vede molto bene.

Il giusto per stuzzicarla. Lei sorride perché se lo immagina un po' goffo a fare mezze piroette in bagno per scattare quelle foto. A lei viene molto più naturale.

“Ci sentiamo dopo, vado a truccarmi”. Lo congeda, sbrigativa. Ma è soltanto un modo per affamarlo un po' di più. Se è vero tutto quello che si sono scritti finora, non vedono l’ora di vedersi e finalmente stringersi. Per Guanita almeno, è così.

“A più tardi, Prinçesa mia”.

Lei sorride, visualizza ma non risponde.

25 Novembre, 19:56.

A luci spente siede composto sul divano del soggiorno. Controlla più volte l’orologio. Il tempo sembra essersi fermato. L’appuntamento è per le 21. Mancano pochi minuti alle venti, ma lui è già pronto. Freme dentro.

Tiene fra le mani il telefono, la chat di Guanita è aperta ma lui scorre destra e sinistra la cartella dei media che sono scambiati.

Dieci giorni di messaggi e foto dapprima ingenue, per imparare a conoscersi, ma spinte fin quasi al limite del pornografico, poi. Fa parte del gioco. Relazioni ‘due-punto-zero’, che nascono nell’era social.

Riguarda tutto con soddisfatta ossessione. C’era voluto un po' per trovarla così, perfetta come la voleva lui. Ma alla fine c’era riuscito.

 

26 Novembre, 12:58.

Il telefono squilla a vuoto. Padoan digrigna i denti e nel frattempo sfreccia lungo la statale. Rispondi Cristo!

Batte due volte la mano sul volante. Rispondi!

Finalmente, dall'altra parte, qualcuno prende la linea.

"Vicenzi, mezza giornata per rispondere! Guanita Ferreira. Anzi, è Otávio Ferreira, sui documenti. Sto arrivando là. Voglio vita, morte e miracoli di questa Guanita".

Non aspetta risposta, chiude la telefonata e preme con più foga il pedale dell'acceleratore.

 

25 Novembre 00:12.

Per riaccompagnarla a casa, sarebbe bastato svoltare a destra. La prima laterale a destra.

Invece lui prosegue per circa duecento metri e svolta a sinistra, sulla Provinciale che fiancheggia l’Adige.

La vita, pensandoci bene, è semplicemente un susseguirsi di svolte. Possiamo andare a destra, oppure a sinistra. A destra, succede qualcosa. A sinistra, ne succede un’altra. Spesso le conseguenze, dell’una o dell’altra scelta, sono diametralmente opposte. E si va avanti così, destra e sinistra, una scelta dopo l’altra, fino a delineare un percorso. La vita, appunto.

E così funziona per tutti. Anche per Guanita, che sarebbe dovuta andare a destra. Invece, la vita, l’ha portata a sinistra.

 

L’auto corre, fa un po' di strada costeggiando il fiume. Poi una piazzola, sulla destra, e lui decide di accostare.

A sinistra l’Adige, scuro e silente. A destra, la campagna, buia e silenziosa, anche lei.

È ingenua, Guanita. Arriva persino a pensare che, un po' di intimità, in quel buio così fitto, ci possa anche stare. È ingenua e pensa sia un caso che la serata sia andata così bene, con quel ragazzo del quale si sta innamorando.

Amore… no, dai. Forse è troppo presto per parlare di amore. Eppure, ci pensa. Ripensa a tutti i messaggi, a quelle chiacchierate fatte dietro uno schermo. Lui, sempre così gentile e comprensivo. Si provocavano, si stuzzicavano reciprocamente per vedere, il giorno dopo, fino a che punto si sarebbero potuti spingere.

Per lui, invece, non è affatto un caso che siano arrivati fin lì. Tutto accuratamente ponderato, premeditato. Ogni termine usato per convincerla era stato soppesato, valutato in anticipo. Troppo a lungo aveva aspettato dietro ad uno schermo. Era stanco di immagini recuperate a caso su internet. Stanco di quella pantomima digitale.

Adesso vuole solo sperimentare il piacere vero, che solo un corpo può restituire.

Vuole Guanita, quei lunghi capelli neri. Quei suoi seni così tondi ed enormi, su quel corpo così tonico e minuto.

Allunga una mano per toccarli. Poi anche l’altra. Si sente ribollire dentro, sotto l’effetto di un’abbondante scarica di adrenalina. Tachicardia da eccitamento. Il cuore gli martella nel petto.

Guanita avverte quel fervore che inizia a riempire l’abitacolo e lo asseconda.

Le braccia si intrecciano, frenetiche, in un reciproco cercarsi, trovarsi e toccarsi.

 

Abbandonato alla totale smania, afferra violentemente la maglia di Guanita. La strattona energicamente verso il basso, denudandola per metà.

Lei, ormai quasi completamente sotto di lui, si dimena con l’intendo di sollevarsi la gonna, decisa a domare quella foga selvaggia.

Poi solo disordine. Mescolanza di mani che afferrano e reciprocamente provocano piacere e assuefazione. Lui geme per primo. Ansima. Poi respira profondamente. Regolare e profondo. Grosse boccate d’aria.

Guanita avrebbe solo potuto sperare che lui si fermasse con quel gemito.

Quei respiri affannosi, invece, alimentano adesso un grosso animale selvaggio.

Il primo colpo le arriva addosso da destra e la prende al fianco. È rapido, ma non ha trovato lo spazio giusto per caricare un’inerzia tale da mandarla in affanno.

Si scuote, si dimena. Sente qualcosa che preme dietro la testa, riesce ad afferrarla, di riflesso.

La portiera si sblocca, Guanita rotola fuori. Scossa e dolorante, sente solo l’erba bagnata sotto di lei. Spalle alla macchina inizia a correre in direzione opposta, il più lontano possibile da quel delirio.

 

Lui ringhia, nell’abitacolo, beffato da quella preda così agile. Non guarda nemmeno cos’ha in mano, cos’ha trovato sotto il sedile. Insegue la sua preda, affamato come uno sciacallo notturno.

 

Il secondo colpo è secco, metallico. Le arriva alla nuca. Cade a terra. Il dolore non lo sente subito ma dura poco perché poi non sente più nulla.

 

 

 

 

26 Novembre, 13:35.

 

La lavagna a fogli mobili, nell’ufficio di Padoan, non ha più punti interrogativi.

Guanita Ferreira, tra parentesi Otávio.

Età: 20-30. Barrato. C’è scritto solo ventidue anni.

Nazionalità: brasiliana.

Sotto, in stampatello grande “aggressione sessuale”.

Sulla scrivania di Padoan, un fascicolo. Il maresciallo lo apre, per la seconda volta e ne sfoglia il contenuto. Fotocopia passaporto, permesso di soggiorno, resoconto sommarie informazione fornite dalla signora Iapacchino. Rilegge i documenti e riflette sulla prossima mossa, ma è distratto da qualcosa. Un dettaglio gli sta rosicchiando via la lucidità di concentrarsi.

Sabrina.

Al telefono lo aveva chiamato “Bu”. Non Bruno. Come quando si volevano ancora bene, si amavano. L’estate del ’99 e la vacanza in tenda sul Gargano. Lì era diventato “Bu”, per lei. E lei “Sabi”, per lui. Non “Sabri” perché sarebbe stato troppo scontato.

Invece adesso era tornata ad essere semplicemente Sabrina. Sabrina Corin. Dottoressa Corin. Psicologa.

La psicologa di Guanita.

Si alza di colpo dalla scrivania. Il brivido che torna a salire. Gli si arrampica come un ragno lungo la schiena. Ripensa all’intuizione con più lucidità, per essere di sicuro di non aver preso un abbaglio. Guanita era in cura presso la dottoressa Corin, e una psicologa, secondo il modello Padoan, non è altro che una confidente di intimi pensieri. Insieme a Guanita stavano affrontando il delicato percorso del cambio di sesso. Avranno pur parlato di qualcosa durante i loro incontri. Deve esserci qualcosa, detta magari anche solo di sfuggita, che possa portarlo dritto da quel bastardo colpevole.

Bruno conosce Sabrina e sa quanto meticolosa sia nel suo lavoro. Verbalizza tutto e tiene tutto, maniacalmente catalogato nel suo computer. Ogni paziente ha la sua cartella e in ogni cartella, altre cartelle, divise per giorni. Dentro, i verbali degli incontri. Bruno lo sa che perché la guardava, affascinato da quell’ordine così puntuale, mentre la sera riordiva gli appunti e catalogava tutto.

Mette da parte i vecchi rancori e, a memoria, compone il numero di Sabrina.

Appena la linea si apre, la chiama “Sabi”. Gli esce spontaneo e naturale.

“Sabi dobbiamo vederci”.

 

Lei seduta alla scrivania del suo ufficio. Lui in piedi, dietro di lei. Insieme fissano lo schermo del computer. La freccia del mouse scorre le cartelle disposte in ordine alfabetico. G. Ferreira.

Sabrina esita prima di cliccarci sopra. “Bruno, sono informazioni confidenziali”. Ci prova con la storia del segreto professionale, tentenna.

Bruno la guarda dall’alto e spinge il suo corpo leggermente contro la sedia. Un modo per farsi sentire più presente.

“In due ore, torno con il mandato e sequestro tutto”.

Non vuole minacciarla, né intimorirla. Padoan vuole un dettaglio, un nome, anche solo un indizio per poter continuare la sua caccia. Stanare quella preda che si crede più scaltra di lui. Ne ha già sentito l’odore, ora deve solo seguirlo. Fino in fondo.

Sente di doverlo fare in fretta, per Guanita.

E per tutte le “Guanita” ancora là fuori.

 

“Partiamo dall’ultimo incontro”.

Doppio clic sulla cartella rinominata “14/11/2024”. Un giovedì.

Il verbale è in formato .pdf, un prestampato diviso in sezioni, che Sabrina compila diligentemente ogni volta. Anche se conosce già la persona che ha di fronte a colloquio.

Anagrafica paziente. Diagnosi. Terapia in corso. Note.

Sotto “note” la dottoressa appunta i fatti salienti della seduta.

Padoan, di tutto il testo, vede solamente una riga. Quella che interessa a lui.

“Ezio B. inizio relazione?”. Picchietta col dito sul monitor in corrispondenza di quella riga.

“Questo?”.

“Mi parlava di questo ragazzo, Ezio Balanin, mi sembra. Si sono conosciuti online. Si sentivano per messaggio. Guanita mi sembrava presa”.

“E non l’hai più sentita dopo?”.

“No”.

Non ha tempo di spiegarle tutto quello che ha in testa in quel momento. Lo riassume in un gesto istintivo. La bacia piano, da dietro, sul collo.

“Grazie Sabi”. Sussurrato all’orecchio.

 

26 Novembre, 14:20.

“Siri, chiama Vicenzi”. Non ha tempo di aspettare. Lo chiama sul numero personale.

Infatti, quello, risponde subito.

“Ho il nome”. Salta i convenevoli e va dritto al sodo.

“Si chiama Ezio Balanin. Guanita ne ha parlato a Sabrina. Poi non si sono più riviste”.

 

26 Novembre, 17:30

Sono tutti nel suo ufficio, schierati a semicerchio.

Sulla lavagna a fogli mobili adesso c’è anche un altro nome. Ezio Balanin. Trentottto anni, incensurato. Lo Russo si era preso qualche ora per ottenere qualche informazione in più, e aveva fatto un bel lavoro.

Grazie anche alla cognata, questurina, adesso avevano anche un indirizzo di residenza e un recapito lavorativo.

“Hai detto qualcosa ai cugini in divisa?”.

“Niente, maresciallo”.

Padoan annuisce, soddisfatto di quella lealtà cameratesca.

“Andiamo a parlarci”.

“Lo Russo, tu vai con Vicenzi. Viale Primo Maggio, vedete se è ancora a lavoro”.

“Bentivoglio, tu prendi l’Alfa e vieni con me. Andiamo a casa sua”.

“Chi lo trova, informa gli altri. Canale di servizio, due. Solo comunicazioni necessarie”.

 

Quando partono, fuori è già buio. Le volanti escono dal piazzale della caserma e prendono direzioni opposte. I lampeggianti accesi, le sirene spiegate. L’operazione deve assumere connotati importanti. Ma per Padoan, quella è una caccia. Più simile ad una braccata di gruppo. Vuole stringere l’animale e fargli sentire il fiato sul collo.

 

Via Ferraria corre dritta per diversi chilometri immersa nella campagna coltivata.

A novembre, è solamente un lungo rettilineo che si perde in una scala cromatica di grigi, di giorno e nel nero completo, la notte.

La casa del Balanin si trova avanti, lontano dal paese, isolata. Da fuori potrebbe sembrare disabitata. Non è nemmeno recintata, ha solamente un piccolo cancelletto pedonale in corrispondenza dell’ingresso. È impastata, quasi inglobata totalmente, immersa nelle colture.

Quando l’Alfa Romeo inforca Via Ferraria, Padoan stacca lampeggianti e sirene.

Duecento metri prima della destinazione, fa cenno a Bentivoglio di spegnere i fanali, e proseguire al buio. Non può sbagliare, è tutto dritto.

Vedono la casa, illuminata all’interno.

Padoan afferra il microfono del Gamma 400. Secondo canale.

“Ce l’abbiamo noi”. Sussurra, per non insospettire la preda. Come se, rinchiuso in quella tana isolata, riuscisse a sentirlo.

Fa disporre la volante con il muso rivolto in direzione del paese. È prudente. Sa che in caso di necessità, non avranno tempo per fare manovra.

 

Bentivoglio, suona il campanello.

Spunta, da dietro la tenda di quello che intuiscono essere il soggiorno, una testa. Che li osserva.

È in casa. Ma non risponde.

 

 

Li osserva dalla finestra. Sono lì per lui.

Sente nel petto, il cuore che accelera il battito. Il respiro, pesante, a ritmo sempre più incalzante. Grosse boccate d’aria.

Ringhia, quasi, tra i denti che sente grossi come zanne.

Capisce che non ha più molto tempo.

Si guarda a destra, poi a sinistra. Istinto di sopravvivenza.

Si muove rapido, spegne le luci del soggiorno. Aziona il comando di sblocco del cancelletto. Vuole le sue prede il più vicine possibili.

Scatta in cucina. Ha pochi secondi. Dal primo cassetto del mobile, afferra qualcosa di simile ad una mannaia. Nel buio in cui si muove vede solo i riflessi argentei della lama.

Fa piano, apre la porta laterale. Quella che dalla cucina porta all’esterno. Curvo, e col favore delle tenebre, sgattaiola lungo il muro perimetrale. Vuole coglierli alle spalle.

Li vede, oltre l’angolo della casa, a meno di tre metri da lui. Uno è alto, sembra ben piazzato. Mostra qualche anno in più del secondo che invece è più basso. Meglio il secondo. Più basso, più giovane e meno piazzato. Perfetto come preda.

Si lancia verso di lui, braccio teso e lama in avanti.

 

Come attratto dall’odore della preda, Padoan si gira verso destra, per seguire il suo fiuto.

Lo vede a meno di un metro da Bentivoglio. Da quella distanza può percepire il lezzo di quell’animale che sta per colpirlo.

Tutto, improvvisamente, rallenta.

La mano destra, istintivamente, si porta al fianco. Con un colpo dell’indice fa scattare il blocco della fondina rigida. Strige la Beretta con entrambe le mani, in posizione di tiro. Sa essere letale a distanze ben più lunghe di quella. Inclina leggermente il polso in avanti. Volontariamente. Mirino e tacca sono allineati, ma con un angolo leggermente negativo. Verso il basso.

Tira l’indice sul grilletto. Due volte.

Fiammata e gas di combustione. Poi il sibilo che dura un niente.

I due colpi di Parabellum penetrano nella gamba di Balanin, strappando muscoli e tendini. Fratturano ossa al loro passaggio. Costringono il bersaglio ad una posizione innaturale.

 

A terra, si contorce dal dolore. Si agita e, muovendosi a scatti, schizza sangue ovunque.

Il fremito torna a salire lungo la schiena di Padoan che osserva la scena senza provare rimorso.

Tiene la mandibola stretta in un morso quasi doloroso. Inclina leggermente la testa e chiude l’occhio sinistro. Col destro controlla l’allineamento del mirino. Braccio disteso, arma in pugno. Alla fine della bocca di fuoco tiene a tiro il nuovo bersaglio. La testa del bastardo, ancora vivo.

Basterebbe un amen per porre fine a quella sofferenza gratuita e ristabilire gli equilibri di giustizia naturale. Niente giudici, niente avvocati. Niente codici da citare. Solamente la legge del più forte. E l’equilibrio concettuale di giusto e sbagliato.

 

Sente la mano di Bentivoglio posarsi lentamente sul suo avambraccio teso e contratto.

“Apposto così, maresciallo”.

 

Lo Russo, con la volante, sfreccia lungo la provinciale. Lampeggianti e sirene spiegate per scortare, nel traffico, il veicolo del 118 che sta dietro di lui.

Il bastardo è grave, ha perso molto sangue, ma è stabile. Hanno fatto di tutto per poterlo trasferire d’urgenza.

A chiudere la colonna, l’Alfa Romeo blu istituzionale, di Bentivoglio e Padoan.

Nessuna sirena, nessun lampeggiante. Loro corrono e basta. Nel silenzio.

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